L’isola del Sacro

a cura della dott.ssa Alessia Facineroso

 

 

Dalla Rerum Novarum al Concilio Vaticano II

 

 

Di pari passo allo smantellamento dei suoi beni materiali ad opera del governo, il clero procede, soprattutto in Sicilia, ad una profonda rimodulazione della sua struttura interna, con una maggiore attenzione alla formazione intellettuale e spirituale e soprattutto attraverso una rinnovata vocazione sociale: in questo senso la Rerum Novarum di Leone XIII (1891) segna l’esordio di una nuova stagione di intervento, che supera il mero assistenzialismo in favore di un pieno protagonismo dei cattolici in società. Casse rurali, unioni professionali, cooperative di lavoro e di consumo, leghe operaie e contadine diventano così il nuovo terreno d’azione del clero, e a sancire questa forte presenza interviene il primo convegno regionale cattolico dell’Opera dei Congressi, che si tiene a Palermo nel 1895. Durante la riunione, viene riconosciuta la validità dell’esempio di don Luigi Cerruti – fondatore delle prime casse rurali cattoliche in Veneto – e si procede alla creazione di istituti simili anche in Sicilia: la prima a Lercara Friddi, nello stesso anno, e qualche mese più tardi a Boccadifalco, San Cataldo, Caltagirone e Castiglione di Sicilia, fino a raggiungere il numero di 374 casse sull’isola nel 1920. Contemporaneamente, la vocazione sociale del clero si sostanzia anche nell’assistenza agli emigrati in partenza e in arrivo dall’America, per i quali nel 1893 – su indicazione del cardinale Michelangelo Celesia – viene fondata a Palermo la società di patronato San Michele.

 

Il risultato più dirompente dell’attivismo del clero siciliano è comunque l’adesione alla Democrazia cristiana di Romolo Murri, che riguarda personaggi di spicco come Luigi Sturzo ed il fratello Mario, vescovo di Piazza Armerina, ma anche numerosi altri sacerdoti che abbracciano l’idea di una loro forte presenza in società e la prospettiva di un partito di matrice confessionale. Il primo passo in questa direzione è la costituzione della Lega democratica cristiana, nel 1899, cui prende parte lo stesso Sturzo, insieme a don Angelo Gurrera, don Michele Sclafani, don Vincenzo Mangano e don Ignazio Torregrossa; ma è nel 1908 che l’impegno politico del clero isolano si fa ancora più spiccato, attraverso la creazione a Catania dell’Unione Cattolica Regionale Siciliana, è articolata in tre sezioni: quella elettorale, con segretario Sturzo; quella di azione e propaganda, affidata a Francesco Parlati; quella economica, sotto la direzione di Gurrera.

 

L’anno successivo, in occasione delle elezioni politiche e dinanzi all’inasprimento dello scontro tra cattolici e socialisti, i vescovi siciliani chiedono con successo alla Santa Sede la dispensa dal Non Expedit, e la sezione elettorale dell’Unione può intraprendere un’intensa campagna elettorale che porta all’elezione del primo democratico cristiano come deputato: al II collegio di Palermo Antonino Pecoraro Lombardo riesce infatti a sconfiggere l’ex crispino Marinuzzi, mentre negli altri collegi la preferenza viene dirottata su candidati liberali o massoni, che comunque permettono ai cattolici di determinare ben 10 eletti sui 15 totali. Non sorprende, quindi, che l’esito delle consultazioni rafforzi il ruolo dell’Unione Cattolica Regionale Siciliana e soprattutto l’autorità di Sturzo, nonostante l’alleanza con i liberali mostri subito le corde, portando molti deputati a disattendere le promesse fatte all’elettorato cattolico o addirittura ad avvicinarsi al blocco popolare, e decretando in ultima analisi l’opposizione all’alleanza sostenuta da Gentiloni a livello nazionale con l’avallo della Santa Sede per le elezioni del 1913.

 

Frattanto, il “ripensamento” del ruolo dell’episcopato siciliano prosegue anche internamente, e porta all’introduzione di due importanti innovazioni: in primo luogo, il confronto stabile con vescovi di altre regioni d’Italia, che porta per la prima volta alla nomina di non siciliani alle diocesi dell’isola; secondariamente l’immissione di un nuovo modello pastorale femminile, grazie all’introduzione delle Orsoline di Sant’Angela Merici, che determina la definitiva scomparsa delle monache di casa e l’affermazione di figure femminili formate nell’associazionismo e desinate a ricoprire un ruolo di primo piano nella vita dell’isola. È anche grazie a questi cambiamenti che in occasione della Prima Guerra Mondiale il clero siciliano “dimentica” gli antichi scontri con lo Stato italiano, dimostrando un inaspettato patriottismo e mobilitandosi immediatamente sia attraverso la sensibilizzazione dei fedeli che con l’arruolamento dei sacerdoti in qualità di cappellani militari. D’altra parte, il dialogo non si interrompe nemmeno dopo la conclusione del confitto, e anzi sfocia nell’abolizione definitiva del Non Expedit, che si traduce per il clero in una nuova occasione di attivismo politico, sfociata nella fondazione del Partito Popolare Italiano ad opera di Sturzo, nel 1919, e associata – nel caso siciliano – ad una maggiore attenzione alla formazione spirituale dei sacerdoti (con l’istituzione dei seminari di Catania e Palermo del 1919) e ad una riforma della prassi delle diocesi al mutato contesto sociale, sancita dal Concilio Plenario Regionale dei Vescovi (1920), che ribadisce definitivamente la completa ed assoluta fedeltà della Chiesa isolana a Roma. A partire dall’anno successivo, inoltre, l’episcopato locale può finalmente mettersi all’opera per erigere nuove parrocchie: in tutte le diocesi ne vengono erette a decine, e la maggior parte del clero viene immesso nella pastorale parrocchiale.   

 

Ma gli anni Venti sono anche quelli in cui la crisi della società diviene lampante anche per le gerarchie ecclesiastiche, portate a scorgere soprattutto nel bolscevismo (la cui eco – dopo la rivoluzione del 1917 – si spande fino in Italia, trovando terreno fertile nelle masse contadine ed operaie della Sicilia) la minaccia più grave ai valori morali e spirituali: è anche per questo che, almeno inizialmente, il fascismo sembra la risposta più adatta a questo tipo di pericolo, strumento funzionale alla rinascita dell’anima cattolica. In effetti, già dal 1924 non sono mancate le frizioni tra il Pnf e il Partito Popolare: in quell’anno, infatti, Luigi Sturzo – in seguito al suo netto rifiuto nei confronti del regime – sceglie di abbandonare il suolo italiano per riparare in esilio, e a partire dal 1926, per di più, l’emanazione delle leggi fascistissime mette fuorilegge tutti i partiti diversi da quello fascista, dunque anche quello Popolare, forzatamente sciolto all’inizio di novembre. Nonostante ciò, l’episcopato continua in qualche modo a tollerare la dittatura di Mussolini, soprattutto in seguito ai Patti Lateranensi del 1929: il Vaticano sembra convincersi, in quel momento, che la criminalizzazione e la persecuzione delle opposizioni possa essere circoscritta all’ambito politico e non a quello religioso.

 

Tuttavia, presto è chiaro che si tratta di una convinzione fallace: il totalitarismo non ammette la “concorrenza” di altre istituzioni – men che meno di quelle religiose – nella formazione delle coscienze, in modo particolare dei giovani, ed è per questo che nel 1931 lo stesso Mussolini impone lo scioglimento dell’Azione Cattolica (cui si imputano persino adunanze cospiratrici), portando Pio XI ad emanare l’enciclica Non abbiamo bisogno, in cui condanna esplicitamente il fascismo, definendolo «una vera e propria statolatria pagana, non meno in contrasto con i diritti naturali della famiglia che con i diritti soprannaturali della Chiesa […], un programma che misconosce, combatte e perseguita l’Azione Cattolica, che è dire quanto la Chiesa e il suo Capo hanno notoriamente di più caro e prezioso». A quel punto – pur cercando in tutti i modi di evitare lo scontro aperto con il regime – le gerarchie ecclesiastiche decidono di provare ad opporsi ad esso con le sue stesse armi, ovvero concentrandosi sulla sensibilizzazione delle coscienze e sulla formazione giovanile in chiave religiosa. Soprattutto in Sicilia, questa linea viene recepita con convinzione e porta alla Conferenza Episcopale di Catania del 1934 – dedicata quasi interamente al problema della Catechesi – e al Congresso Catechistico Regionale tenutosi quattro anni più tardi a Palermo.

 

Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale (1940) provoca naturalmente un quasi totale ripiegamento del clero su funzioni assistenziali, soprattutto in ragione dell’assenza di autorità civili: è così che le parrocchie diventano centri di coordinamento delle iniziative in favore di feriti, orfani e senza casa, mentre vescovi e clero assumono spesso responsabilità istituzionali oltre che spirituali.

 

Una volta finita l’emergenza, nel secondo dopoguerra la Chiesa siciliana si muove essenzialmente su tre versanti: l’impianto di un reticolo di opere caritativo-assistenziali in favore della popolazione; il rinnovamento del fervore pastorale; la difesa dalla minaccia comunista, sia mediante l’ideologia che con l’aperta adesione alla Democrazia Cristiana, nata nel 1942.

 

La cura delle anime viene insomma messa al centro del dibattito religioso: l’episcopato locale si spende per la formazione delle coscienze, per la testimonianza della fede, per una capillare diffusione di parrocchie e diocesi su tutto il territorio siciliano. Nel 1950 risponde a questa esigenza l’istituzione della diocesi di Ragusa, in omaggio alle istanze di autonomia ecclesiastica del clero e della popolazione iblea. Inoltre, dal 14 al 22 giugno 1952 si celebra il secondo Concilio Plenario Siculo, una nuova occasione di confronto tra i vescovi che porta all’emanazione di decreti che richiamano i parroci a salvaguardare la fede del popolo dai pericoli del laicismo e del comunismo, confermano la centralità di predicazione e catechesi, dedicano inedite attenzioni alla confessione e agli esercizi spirituali e demandano alle parrocchie l’apostolato in favore delle categorie più deboli della società, mediante la creazione di segretariati del popolo per la difesa dei diritti, scuole serali, cooperative ed associazioni agricole ed edilizie. Simili istanze vengono poi presentate anche al Concilio Vaticano II (1962-1965), in occasione del quale i vescovi siciliani attuano una vera e propria pressione ideologica in favore di una migliore formazione dei parroci e dell’utilizzo del clero regolare per il servizio pastorale, in ragione di una diminuzione delle vocazioni.

 

Intanto, il 30 giugno 1963 si consuma a Palermo la «strage di Ciaculli», un attentato mafioso in cui perdono la vita sette uomini appartenenti alle forze dell’ordine. L’episodio segna l’avvio di un intenso dibattito sulla criminalità organizzata in Sicilia, che coinvolge in breve anche le gerarchie ecclesiastiche: dalla Santa Sede si chiede al cardinale Ruffini – arcivescovo di Palermo e già membro della Commissione Centrale preparatoria del Concilio Vaticano II – di spendersi per realizzare iniziative ed eventi in grado di ribadire l’inconciliabilità tra la tolleranza mafiosa e la fede cristiana. Il porporato interviene sull’argomento nel 1964 con un’apposita lettera pastorale che segna la rottura del silenzio della Chiesa sul problema della malavita, inaugurando una stagione di “attivismo” ideologico e materiale ben rappresentato negli anni successivi dall’opera di don Pino Puglisi – che nel quartiere Brancaccio di Palermo conduce una instancabile attività pastorale di lotta alla mafia, fino ad essere ucciso nel 1993 – e dalla stessa condanna pubblica di Cosa Nostra pronunciata da papa Giovanni Paolo II durante la sua visita pastorale in Sicilia all’indomani degli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino.