Castello Maniace, Siracusa

 

 

 

 

Nel corso degli anni ’30 Federico II fa erigere il suo nuovo castello siracusano, scegliendo una posizione esterna alle mura urbiche, sull’estrema propaggine dell’isola di Ortigia: la più grandiosa ed organica delle sue imprese costruttive. Determinante è la repressione della rivolta urbana in Sicilia orientale: il castello è sì presidio a controllo del territorio, ma soprattutto segno monumentale del potere imperiale.

 

Gli studi ed i restauri più recenti hanno accertato che l’originario progetto fu realizzato solo parzialmente, venendo completata solo la parte inferiore; nonostante ciò, esso mostra comunque tutte le caratteristiche formali e funzionali peculiari delle opere architettoniche volute dall’Imperatore.

 

Un grande rigore geometrico caratterizza infatti questo possente edificio a pianta quadrata, dai lati di circa 50 metri, con eleganti coperture voltate a crociera nel livello terreno e quattro cilindriche torri scalari agli angoli, che segnano i quattro punti cardinali; era prevista certamente un’ulteriore elevazione, che però non venne mai realizzata. Nell’unico piano rimane un enorme ambiente ipostilo, con crociere costolonate che poggiano su capitelli di raffinata lavorazione.

 

 

L’edificio è circondato da tre lati dal mare; l’unico accesso è costituito dal maestoso portale, alto più di otto metri e largo oltre cinque, che si apre sul lato verso la città; il suo impatto rappresentativo doveva risultare ulteriormente sottolineato dalla scenografica collocazione delle due nicchie poste ai lati, che originariamente accoglievano, posti sulle mensole, due arieti bronzei. La presenza di queste straordinarie opere di arte ellenistica, forse rinvenute nel territorio o forse portate in Sicilia come preda della Quarta crociata, testimoniava bene la tendenza classicista di Federico. Trasferite in seguito più volte in vari luoghi, ne sopravvive oggi solo una, l’ariete di destra, conservato nel Museo Archeologico Salinas di Palermo; l’altro venne distrutto durante i moti risorgimentali palermitani del 1848.

 

Nelle strutture murarie è inglobata una risorgiva di acqua dolce, che risolveva il problema dell’approvvigionamento idrico: una porta nella grande sala conduce ad una ripida scala, sempre ricavata nello spessore murario, che scende verso la fonte; il suo piccolo bacino di raccolta, rivestito di marmo, è popolarmente conosciuto come “Bagno della Regina”.