Il Liberty a Palermo

 

A Palermo il gusto della nuova classe imprenditoriale ha condizionato lo sviluppo delle arti figurative. La Palermo dei Florio che fiorisce in quegli anni ne è testimonianza.

 

Leonardo Sciascia nel 1967, in occasione della presentazione di una mostra di Raffaello Piraino, disse “Per sensazioni ed immagini lontane, di quando ci sono venuto per la prima volta intorno al 1930 , spesso riesco ad estrarre dal bellissimo ricordo che è Palermo una città essenzialmente liberty, quasi una piccola capitale dell’Art Nouveau.

          

L’epoca dei Florio si contraddistinse per l’espressione di un’intensa gioia di vivere, feste, ricevimenti erano all’ordine del giorno e furono tantissime le personalità di spicco che vennero a Palermo, sia politiche che artistiche. La fama dei Florio era al culmine nel 1891 anno della grande Esposizione Nazionale. La scansione dei nuovi spazi urbani  coincide con i monumenti simbolo della città: piazza Castelnuovo, piazza Croci, il Giardino inglese.

 

Il pittore simbolo del Liberty palermitano è Ettore De Maria Bergler a cui, nel 1909, viene dedicata una sala “Bellezze di Sicilia” allestita da Ernesto Basile ed arredata con i mobili Ducrot. Il sodalizio tra Ettore De Maria Bergler, Ernesto Basile e Vittorio Ducrot è tra i più fecondi dell’arte siciliana.

 

L’architetto Carlo Giachery si interessa all’uso dei nuovi materiali come il ferro e il vetro, già impiegati con successo in città come Londra e Parigi. Alla scuola di Giachery si forma Giovan Battista Filippo Basile che affermava che la grande architettura deve trovare una perfetta corrispondenza tra decorazione e struttura. Il figlio di Giovanni Battista Filippo, Ernesto, architetto geniale, coniuga il nuovo stile floreale, fondato sull’evoluzione delle tecniche costruttive, alla tradizione locale. Basile, insieme ad altri architetti, pittori, scultori, interpreta le richieste di una nuova “cultura dell’abitare” della borghesia colta, coinvolgendo le maestranze artigianali legate all’edilizia e alle arti decorative.[1] Molte espressioni artistiche liberty si basano sul principio di “Gesamtukunstwerk”, l’opera d’arte totale che fonde arredi, affreschi, stucchi, vetrate colorate, mosaici, ferri battuti, ceramiche, tappezzerie.

 

Una delle espressioni simbolo della collaborazione tra Bergler, Basile e Ducrot è Villa Igiea, commissionata al Basile dai Florio nel 1898. Bergler affresca il grande salone delle feste e realizza una perfetta integrazione formale con l’architettura del Basile. Tutto l’ambiente assume un’immagine di reintegrata unità: si assiste ad una continuità lineare tra le partiture degli infissi e le articolazioni sinuose degli arredi e le sequenze cromatiche del grande affresco. Bergler predilige accostamenti cromatici quali il blu-verde, il giallo-violetto; ricorrono rappresentazioni floreali altamente simboliche come il giglio e l’iris simboli di purezza e nascita, i papaveri di sonno e morte, le rose riferimento al Rosario e il pavone che è simbolo della rinascita dopo la malattia (Villa Igiea nasce come sanatorio); i corpi femminili sono avvolti da panneggi leggeri e svolazzanti. Basile dichiara che “quel moderno impulso vigoroso per lo studio delle forme della natura deve spontaneamente manifestarsi in tutta quella parte del simbolico che è ornamentazione sovrapposta all’organismo. Quest’ornamentazione consiste difatti nella sua più grande generalità di forme prese in prestito al regno vegetale: foglie, frutta, fiori. L’arte ingentilisce e attenua con queste forme che si appartengono a cosa tutta delicata e tenera e soffice la durezza e la rigidità dei materiali su cui la sua attività si volge”[2]. Bergler si avvalse della collaborazione dei pittori Michele Cortigiani e Luigi Di Giovanni. Possiamo cogliere, soprattutto per quanto riguarda le distese variopinte di fiori, anche un riferimento all’arte giapponese, in particolare agli artisti ukiyo-e, il cui modello fu divulgato attraverso stampe xilografiche e libri di disegni, tra i quali i Manga, raccolte di schizzi in quindici volumi del maestro giapponese Hokusai. Con il termine ukiyo-e o “immagini del mondo fluttuante” si identificava un genere di stampa xilografica su carta molto diffusa in Giappone nel periodo Edo[3].

 

Negli affreschi si mescolano motivi giapponesi e cinesi, tradotti in chiave occidentale, che risentono dell’influenza della pittura di O’Tama Kiyohara, pittrice giapponese arrivata a Palermo con lo scultore Vincenzo Ragusa che sposa nel 1889.

          

I lavori in legno e parte degli arredi furono prodotti dall’impresa Ducrot, erede della Carlo Golia che operava a Palermo fin dal 1870. Le produzioni di Ducrot mantengono la sinuosità della linea, la purezza degli intagli, l’uso di elementi fitomorfi e zoomorfi. Nell’esposizione di Torino del 1902 il binomio Basile-Ducrot non teme il confronto con la produzione mondiale dell’Art Nouveau.       

 

Il progetto per la realizzazione dell’Ala dei Quattro Pizzi all’Arenella, realizzata da Carlo Giachery si rifà a stilemi propri del gotico inglese, forse per sottolineare l’ideale discendenza da uno dei paesi più industrializzati d’Europa.[4] Vincenzo Florio amava moltissimo il mondo inglese, d’altronde molte erano le famiglie inglesi di prestigio che soggiornarono a Palermo, come i Woodhouse, gli Ingham e i Whitaker.

 

Carlo Giachery crea un padiglione rettangolare serrato sugli spigoli da quattro torri poligonali di cui due scalari, culminanti in altrettante cuspidi, le quali hanno dato all’edificio la definizione tradizionale di “Quattro pizzi”. L’edificio è stato anche accostato alla cappella imperiale di Sant’Alexander Nevskij eretta tra il 1831 e il 1835 su progetto di Karl Friedrich Schinkel nel parco di Peterhof presso S. Pietroburgo per la zarina Alessandra.[5]

 

Un altro capolavoro liberty commissionato dai Florio ad Ernesto Basile è il villino Florio di viale Regina Margherita all’Olivuzza. La villa occupava una parte del grande parco ormai scomparso della più grande villa all’Olivuzza ed era destinata ad essere la residenza del giovane Vincenzo Florio. Basile progettò tutto nei minimi particolari, compresi gli arredi lignei fissi e mobili realizzati dalla ditta Mucoli e dalla ditta Ducrot. Il villino, realizzato tra il 1900 e il 1902 è un vero e proprio esempio di “arte totale”. La rivista “L’Arte Decorativa Moderna”, nata nel 1902, dedica al villino Florio tutte le illustrazioni  del numero 9, pubblicando disegni e fotografie.

 

Dall’esterno si accede attraverso una scala angolare a doppia rampa, vi è un’articolata disposizione dei volumi con torretta, timpani, spioventi, ferri battuti, colonne. Basile si rifà, reinterpretandoli in maniera del tutto unica e personale, ai modelli europei di  Victor Horta; e proprio gli architetti del Novecento si ispirano a Borromini per lo stretto rapporto tra struttura e decorazione e per “la passione quasi ossessiva per i partiti ornamentali e per la modanatura  individualizzata fino allo spasimo”[6]. L’architetto barocco reinterpreta l’architettura gotica in chiave eversiva per il suo tempo e, d’altronde, l’architettura liberty è anch’essa intrisa di richiami neogotici.

 

Basile divide i piani del villino in base alle funzioni principali rendendone autonomi gli ingressi. Un incendio nel 1962 distrusse i dipinti di Giuseppe Enea, le vetrate policrome di Salvatore Gregorietti, la carta da parati , i tappeti.  Oggi è stato tutto ricostruito riproducendo esattamente i manufatti originari.

 

Palazzine in stile liberty si possono ammirare in tutta Palermo, la città vantava la presenza di grandi artisti impegnati nei più diversi campi, ricordiamo  gli scultori Benedetto Civiletti, Mario Rutelli, Antonino Ugo, Domenico De Lisi ed Ettore Ximenes; i pittori-decoratori come il già citato Ettore De Maria  Bergler,   Luigi Di Giovanni, Giuseppe Enea, Carmelo Giarrizzo, Rocco Lentini, Francesco Lojacono, Antonino Leto, Onofrio Tomaselli; i decoratori in gesso e stucco quali Archimede Campini e Gaetano Geraci; i pittori su vetro Salvatore Gregorietti e Pietro Bevilacqua. 

 

Nell’area dell’ex firriato di Villafranca troviamo Palazzo Utveggio (via xx Settembre), Palazzo Dato (via XX Settembre), Palazzo Landolina di Torre Bruna (via Agrigento), Palazzo Di Pisa (via Nicolò Garzilli), Casa Gregorietti (via Nicolò Garzilli), Palazzo Failla Zito (via XII Gennaio), Palazzo Mazzarella (via Caltanisetta).

 

In via Siracusa troviamo casa Basile conosciuta come Villino Ida, come lo stesso Basile lo aveva soprannominato in omaggio alla moglie Ida Negrini. Oggi è proprietà della Regione Siciliana, Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana e sede degli uffici della Soprintendenza per i Beni Culturali di Palermo. I nitidi volumi bianchi dell’edificio, elevato su uno zoccolo di mattoni,  sono decorati da maioliche nella fascia superiore; il portale è arricchito da mosaici e l’ingresso presenta piastrelle impreziosite da oro.

 

Il Villino Favaloro a piazza Virgilio fu progettato da Giovanni Filippo Battista Basile ed è posto in una posizione angolare, sarà il figlio Ernesto a curare il programma decorativo interno della loggia affidandolo a Salvatore Gregorietti che creò un’atmosfera di estrema eleganza e raffinatezza. Il loggiato con esili colonnine del prospetto con gli ornati a traforo è un’interpretazione modernista dello stile gotico-catalano diffuso in Sicilia. Sul lato sinistro del giardino vi è una struttura in ferro e vetro che costituisce il giardino d’inverno.  Oggi è di proprietà della Regione Siciliana.

 

Oltre alla zona dell’ex firriato di Villafranca altri edifici liberty si trovano in via Roma: Palazzo Ammirata, Palazzo Abbate-De Castro, Palazzo della società delle Assicurazioni Generali di Venezia, Palazzo Coffaro, che nell’ingresso ha una bellissima vetrata policroma di Paolo Bevilacqua .

 

Tutta la città divenne una sorta di museo , basti pensare ai chioschi Ribaudo e Vicari di Ernesto Basile in piazza Giuseppe Verdi. Il primo è realizzato con metalli e montanti a L e a doppio T, un tocco di colore è dato dal rosso delle foderine in lamiera; l’intero chiosco è una testimonianza della maestria tecnica della Fonderia Oretea. Il secondo chiostro è lavorato interamente in legno e presenta il tetto a padiglione aggettante che si ispira ai Kosk turchi ed è sormontato da un fastigio in stile moresco.

 

Il giardino inglese è stato progettato da Giovanni Filippo Battista Basile , all’interno vi è un tempietto dal gusto arabo con cancelletto in ferro battuto progettato dal figlio Ernesto. Vi si trova anche un vasto repertorio di scultura come Il Canaris a Scio di Benedetto Civiletti, i Bambini sugli scogli di Mario Rutelli, il busto di Luigi Pirandello di Antonio Ugo, La piccola vedetta lombarda di Giovanni Nicolini.

 

Nel resto del centro le testimonianze liberty sono più discontinue, pregevoli sono alcune insegne di negozi come quella dell’ex-oreficeria Fecarotta in corso Vittorio Emanuele, disegnata da Ernesto Basile o quella del panificio Morello, splendido mosaico in vetro, ceramica e marmo di autore ignoto. Vi è raffigurata una figura femminile che sorregge un festone composto da spighe e fiori  nota come “a pupa ru Capu” e che si rifà all’arte di Gustave Klimt e al modernismo catalano, basti pensare al trencadìs, un tipo di applicazione ornamentale di provenienza catalana che prevede l’impiego di frammenti di ceramica.

 

Interni liberty si trovano anche nei locali di via Maqueda al piano terra del palazzo Di Rudinì, appartenuti per anni alla ditta Pustorino e oggi al bar Costa.

 

In via Messina Marine c’è lo stand Florio, opera di Ernesto Basile, che presenta evidenti richiami all’arte moresca; venne utilizzato per anni per gare di tiro al piccione e per sport acquatici dalla nobiltà palermitana. A partire dal 1985 sono stati realizzati interventi di restauro ed oggi ospita eventi culturali.

 

Il Teatro Massimo Vittorio Emanuele

 

Una delle più grandi espressioni artistiche del tempi è il Teatro Massimo Vittorio Emanuele definito dallo stesso Ernesto Basile “la più perfetta macchina scenica e monumentale al tempo stesso”.

 

Il Teatro Massimo fu costruito per rispondere a tre esigenze: sede di una stagione d’opera, spazio per effettuare veglioni di carnevale, sede di un circolo per nobili. Le ultime due finalità, però, non trovarono mai realizzazione.

 

L’inaugurazione del teatro Massimo avvenne il 16 maggio del 1897 con il Falstaff di Giuseppe Verdi che andò in scena con la direzione di Leopoldo Mugnone e con Arturo Pessina. La serata ebbe un enorme successo e per tutta la stagione si registrò il “tutto esaurito”; non bisogna dimenticare che lo sponsor d’eccezione era Ignazio Florio che garantì all’evento risonanza  e rilievo internazionali.

 

L’edificio è concepito come ornamento e decoro di una grande città.

Il teatro è il terzo in Europa per estensione dopo l’Opera di Parigi e l’Opernhaus di Vienna e copre un’area di 7730 mq.

L’edificio, circondato da un’inferriata, offre allo spettatore un sontuoso scalone, che termina con un portico con sei colonne corinzie, ossia con i capitelli adorni di ricche foglie d’acanto, che sostengono un timpano di derivazione greca. Alle estremità del timpano triangolare sono collocate due grandi maschere tragiche.

Nel fregio vi è un’epigrafe che reca le parole: “L’Arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparare l’avvenire”.

Sul lato  sinistro della scalinata si trova la raffigurazione allegorica della Lirica di       Mario Rutelli e, sulla destra quella della Tragedia di Benedetto Civiletti, entrambe poste su due leoni. 

             

Guardando la facciata del teatro è visibile la cupola che ha un diametro di 28,732 metri ed un’ossatura di ferro con copertura con grandi squame di bronzo. La cupola poggia su dei rulli che scorrono su una piastra circolare in ghisa in cui si aprono otto finestre semicircolari. Il sistema è stato ideato per fare agire le dilatazioni termiche. Oggi la ricettività del teatro è di 1381 posti.

 

La sala è famosissima per l’acustica perfetta, ha una forma a ferro di cavallo, una superficie di 450 metri, una lunghezza di 26,50 metri ed una larghezza di 19,75 metri.

 

La pendenza è del 4% ed è contraria a quella del palcoscenico che è del 6,5 %. Girando le spalle al palcoscenico si osservano, oltre al loggione sito in alto, cinque file di palchi.

 

La Sala degli Spettacoli è sovrastata dalla cosiddetta Ruota Simbolica che ne costituisce il soffitto, sorretto da un sistema di funi.

 

La ruota è costituita da undici elementi trapezoidali di pitture su tela, disposte a ruota intorno ad un tondo centrale dove è raffigurato il Trionfo della Musica, ideato dal Lentini, ma opera di Luigi Di Giovanni che l’ha realizzata con colori tenui ed ariosi. Sempre al Di Giovanni è attribuito un telaio trapezoidale con due donne che suonano rispettivamente il liuto ed un tamburello basco. Nei tre riquadri di destra (dando le spalle al Palco Reale) vi sono le tre tele opera di Ettore de Maria Bergler che raffigurano una suonatrice di piatti, una suonatrice di violino, colta di spalle, e una figura alata con clarino. Sulla sinistra vi sono, invece, le quattro figure di Michele Cortigiani di un colore più cupo, rispetto a quelle precedenti. Vi sono poi tre tele dove domina l’azzurro del cielo intervallato dal bianco delle nuvole.

 

Il gusto pittorico che permea la decorazione del teatro è Art Nouveau, in quel tempo Nietzsche scriveva: “Tutto ciò che è pesante diventerà leggero, tutto ciò che è corpo diventa danzante e tutto ciò che è spirito diventa uccello”.

 

Gli undici trapezi più il Trionfo centrale costituiscono dodici elementi. Il dodici è il numero della pienezza e del compimento, immagine del ciclo spazio-temporale, dodici sono i mesi dell’anno e i segni dello zodiaco.  Il Mirabelli scrive: “La musica si pone come armonia, attraverso l’arte della vita e del mondo. Dalla germinazione, alla fioritura, alla generazione, al pullulare e al raggiare del desiderio è tutto un anelare alla bellezza che è nella musica e per la musica armonia: un’idea, un valore che nella zona alta della sala degli spettacoli vengono riproposti all’uomo e alla società civile.”[7]

 

La ruota sembra essere un grande fiore con undici petali, costituiti dalle tele trapezoidali, che si possono aprire verso l’alto in modo che l’aria calda possa defluire e  permettere la ventilazione della sala.

 

La decorazione del teatro è tutta caratterizzata dalla “vitalità germinale” caratteristica di tutta l’arte della Belle Epoque.

 

Il Teatro Biondo, è stato progettato da Nicolò Mineo, la sua è un’architettura eclettica di stampo ottocentesco. Le decorazioni pittoriche floreali dei palchi, portate alla luce dopo un restauro, sono opera di Salvatore Gregorietti, Carmelo Giarrizzo, Francesco Padovano, le vetrate liberty sono di Paolo Bevilacqua.

 

Il teatro Politeama Garibaldi, realizzato su progetto di Giuseppe Damiani Almeyda, fu inaugurato ne 1891, la copertura metallica è della fonderia Oretea. In alto si staglia la Quadriga di Apollo di Mario Rutelli con due cavalieri laterali di Benedetto Civiletti. Le decorazioni e gli affreschi sono di Gustavo Mancinelli,Giuseppe Enea, Rocco Lentini, Giuseppe Cavallaro, Carmelo Giarrizzo e Francesco Padovano. Nel giardino vi sono la scultura Silfide di Benedetto De Lisi e David di Antonio Ugo, nella hall La danzatrice velata di Amleto Cataldi.

 

Infine la scultura cimiteriale, con il suo repertorio di simboli e allegorie, è un evidente  esempio di ampia assimilazione del gusto floreale, interessanti esempi sono la tomba Zito in bronzo e pietra nel cimitero di Sant’Orsola dello scultore Gaetano Geraci e il pannello in maiolica della cappella Tasca nel cimitero di Santa Maria di Gesù di Antonio Ugo.

 

[1]     E. Sessa, L’unità delle arti, in Il Liberty in Kalòs – Luoghi di Sicilia, supplemento al n 5/6 (anno 5), Settembre-Dicembre 1997, Palermo 1997, p. 6.

[2]     Cfr. U. Di Cristina, Ernesto Basile e l’art nouveau, in Ernesto Basile architetto, catalogo della mostra, Biennale di Venezia, Venezia 1980, p. 23.

[3]     D. Brignone, La villa dedicata a Hygieia. Da sanatorio a luogo di ritrovo elitario , in D. Brignone (a cura di), I luoghi dei Florio. Dimore e imprese storiche dei “viceré” di Sicilia, Prato 2022, pp. 126- 139.

[4] A.Purpura, Un pittore fin de siècle, in L. Bica (a cura di), Ettore De Maria Bergler, catalogo della mostra, maggio 1988, Galleria d’Arte Moderna Palermo, Palermo 1988, pp. 3-4.

[5]     P. Palazzotto, Revival e società a Palermo nell’Ottocento. Committenza, architetture, arredi tra identità siciliana e prospettiva nazionale, Palermo 2020, p. 45.

[6]     B.Zevi, Pretesti di critica architettonica, Torino 1983, pp. 135- 153.

[7]     U.Mirabelli, Variazione perpetua, in Ettore De Maria Bergler, catalogo della mostra a cura di L. Bica, Palermo 1988, pp. 9-30.