Giuseppe Fava

 

(Palazzolo Acreide 15 Settembre 1925-Catania 5 Gennaio 1984)

 

Giuseppe Fava nato in provincia di Siracusa nel 1925,nel ’43 si trasferisce a Catania dove si laurea in giurisprudenza per poi diventare giornalista, due anni dopo, assunto dall’Espresso sera di cui diventa caporedattore fino al 1980. In questi anni inizia a occuparsi di teatro, cinema e letteratura e poi, a Roma, anche di radio. Intanto scrive la sceneggiatura di ‘Palermo or Wolfsburg’ per il film di  Schroeter  che nell’80 vince l’Orso d’Oro di Berlino.

 

In quella primavera torna in Sicilia per dirigere il ‘Giornale del Sud’ rendendolo un quotidiano spregiudicato grazie anche alla collaborazione di giovani giornalisti che lo seguono nella sua denuncia dei traffici illegali di Cosa Nostra e delle collaborazioni con la politica, soprattutto attraverso il clan dei Santapaola. Ma ben presto è costretto a lasciare anche questo giornale dopo l’arrivo di una nuova cordata di imprenditori che si rivelano ‘amici’ stretti dei boss di Cosa Nostra catanesi e che avevano il compito di licenziarlo.

 

Fava non si dà per vinto: fonda una cooperativa, e con molti sforzi riesce a pubblicare nel novembre del 1982 un nuovo mensile ‘I siciliani’ le cui inchieste assumono presto una rilevanza politica anche a carattere nazionale. Quello che in particolare segnerà il futuro di Fava è il suo articolo ‘I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa’, ovvero un’inchiesta sulle attività illecite di quattro imprenditori catanesi, Carmelo Costanzo, Gaetano Graci, Mario Rendo e Francesco Finocchiaro, e di altri personaggi tra cui Michele Sindona che Fava collega con il clan del boss Nitto Santapaola.

 

Dopo questa sua denuncia, Fava inizia a essere sempre più isolato anche dagli altri intellettuali. È il 1982 e in questo anno muoiono tra gli altri, Pio la Torre prima e il generale Dalla Chiesa poi.

 

Intanto però, a Catania l’intreccio tra mafia e politica è così palese da diventare, grazie anche alle inchiesta di Fava, un caso nazionale.

 

Fava continua la sua opera di denuncia.

 

La sera del 5 gennaio 1984, lascia la redazione de I Siciliani con la sua Renault 5 per andare a prendere sua nipote che recitava in ‘Pensaci, Giacomino!’ al Teatro Verga di Catania. Ma non fa in tempo a scendere dalla macchina che viene freddato da cinque proiettili sparati alla nuca.

 

Le autorità, contro ogni evidenza, preferiscono etichettare l’omicidio come delitto passionale prima e come omicidio legato a un movente economico poi,in modo da evitare di organizzare una cerimonia pubblica alla presenza delle più alte cariche cittadine.

 

Al funerale tenutosi nella piccola chiesa di Santa Maria della Guardia a partecipare sono soprattutto giovani ed operai. Tra i politici gli unici presenti sono il questore, alcuni membri del PCI e il presidente della regione Santi Nicita.

Per arrivare a considerare l’omicidio di Fava un delitto di mafia sono trascorsi tantissimi anni. Egli sembra dar fastidio anche da morto e qualcuno vuole impedire che diventi un simbolo della lotta contro la mafia. Solo dopo 12 anni da quel 5 gennaio del 1984, il pentito Maurizio Avola parla e si accusa dell’omicidio Fava e questo è il punto di svolta. Dopo la condanna, si riapre il caso e si inizia un’azione da parte della Magistratura catanese che, nel frattempo, si era rinnovata.

 

Per l’omicidio Fava vengono condannati Nitto Santapaola come mandante, Aldo Ercolano e Maurizio Avola come esecutori materiali.